[J.M.GALLANAR=Éditeur]




JEAN JACQUES ROUSSEAU





OLINDE ET SOPHRONE TIRE DU TASSE. [Traduction]






[ 1768, automne ; Oeuvres posthumes, Geneve, 1781; le Pléiade édition, t. V, pp. 1287-1295 == Du Peyrou/Moultou 1780-89 quarto Édition, t. VII, pp. 421=457. Melanges II. ]







[421] OLINDE ET SOPHRONE TIRE DU TASSE.





[422/423] LA GERUSALEMME LIBERATA, CANTO SECONDO.




Mentre il Tiranno s'apparechia all'armi ,


Soletto Ismeno un di gli s' appresenta:


Ismen , che trar di sotto ai chiusi marmi


Pub corpo estinto , e far che spiri e senta:


Ismen, che al suon de' mormoranti carmi


Sin nella reggia sua Pluto spaventa,


E i suoi Demon negli empj uficj impiega


Pur come servi, e gli discioglie , e lega.



Questi or Macone adora, e fu Cristiano,


Ma i primi riti anco lasciar non puote;


Anzi sovente in uso empio e profano


Confonde le due leggi a se mal note.


Ed or dalle spelonche, ove lontano


Dal vulgo esercitar suol l' arti ignote ,


Vien nel publico rischio al suo signore,


A Re malvagio consiglier peggiore.



[424/425] Signor, dicea , senza tardar sen viene


Il vincitor esercito temuto ;


Ma facciam noi ci che a noi far conviene


Darà il Ciel, darà il mondo ai sorti ajuto.


Ben tu di Re, di Luce hai tutte piene


Le parti , e lunge hai visto e provveduto ,


S' empie in tal guisa ogn' altro i proprj uficj;


Tomba fia questa terra a' tuoi nemici.



Io quanto a me ne vengo , e del periglio ;


E dell' opre compagno ad aitarte.


Ciò che può dar di vecchia età consiglio ,


Tutto prometto, e ciò che magica arte.


Gli Angeli, che dal Cielo ebbero esiglio


Costringerò delle fatiche a parte.


Ma dond' io voglia incominciar gl' incanti ,


E con quai modi, or narrerotti avanti



Nel tempio de' Cristiani occulto giace


Un sotterraneo altare ; e quivi è il volto


Di colei , che sua diva, e madre face


Quel vulgo del suo Dio nato , e sepolto.


Dinanzi al simulacro accesa face


Continua splende : egli è in un velo avvolto;


Pendono intorno in lungo ordine i voti,


Che vi portaro i creduli devoti,



[426/427] Or questa effige lor di là rapita


Voglio che tu di propria man trasporte ;


E la riponga entro la tua Meschita:


Io poscia incanto adoprerò si forte,


Ch' ogni or, mentre ella qui sia custodita,


Sarà fatal custodia a queste porte ;


Tra mura inespugnabili il tuo impero


Securo sia per novo alto mistero.



Si disse , e 'l persuase : e impaziente


Il Re sen corse alla magion di Dio


E sforzò i Sacerdoti , e irreverente


Il casso simulacro indi rapio ;


E portollo a quel tempio, ove sovente


S' irrita il Ciel col folle culto e rio.


Nel profan loco, e su la sacra imago


Susurrò poi le sue bestemmie il Mago.



Ma come apparse in ciel l' alba novella ,


Quel, cui l' immondo tempio in guardia è data,


Non rivide l' immagine ; dov' ella


Fu posta, e invan cerconne in altro lato.


Tosto n' avvisa il Re , ch' alla novella


Di lui si -mostra fieramente irato:


Ed immagina ben , ch' alcun fedele


Abbia facto quel furto , e che se 'l cele.



[428/429] O fu di man fedele opra furtiva,


O pur il Ciel qui sua potenza adopra:


Che di colei, ch' è sua Regina e diva ,


Sdegna che loto vil l' immagin copra:


Ch' incerta fama è ancor, se ciò s' ascriva


Ad arte umana, od a mirabile' opra.


Ben è pietà , che la pietade e ' 1 zelo


Uman cedendo , autor sen creda il Cielo.




Il Re ne sa con importuna inchiesta


Ricercar ogni chiesa, ogni magione :


Ed a chi gli nasconde , o manifesta


Il surto o il reo , gran perse , e premj impone.


E ' 1 Mago di spiarne anco non resta


Con tutte l' arti il ver; ma non s' appone:


Che '1 Cielo (opra sua fosse, o soie altrui)


Celolla ad onta degl' incanti a lui.



Ma poiché'1 Re crudel vide occultarse


Quel che peccato de' fedeli ci pensa ;


Tutto in lor d' odio infellonissi , ed arse


D' ira, e di rabbia immoderata immensa.


Ogni rispetto obblia ; vuol vendicarse ,


(Segua clic puote) e sfogar l' alma accensa


Morrâ, dicea , non andrà l'ira a voto,


Nella strage comune il ladro ignoto.



[430/431] Purchè 'l reo non si salvi, il giusto pera ,


E l'innocente. Ma quai giusto io dico ?


E' colpevol ciascun, né in loro schiera


Uom su giammai del nostro nome amico.


S' anima v' è nel novo error sincera ,


Basti a novella pena un fallo antico.


Su , si, fedeli miei , sa via prendete


Le fiamme , e '1 serro , ardete, ed uccidete.



Cosi parla alle turbe , e se n' intese


La fama tra' fedeli immantinente ,


Ch 'attoniti restar, si gli sorprese


Il timor della morte ornai presente.


E non è chi la suga o le difese ,


Lo scusare o '1 pregare ardisca, o tente;


Ma le timide genti e irresolute


Donde meno speraro ebber salute.



Vergine era fra lor di già matura


Verginità, d' alti pensieri e regi:


D' alta beltà, ma sua beltà non cura,


O tanto sol , quant' onestà sen fregi.


E' il suo pregio maggior , che tra le mura


D' angusta casa asconde i suoi gran pregi ;


E da' vagheggiatori ella s' invola


Alle lodi , agli sguardi inculta e sola.



[432/433] Pur guardia esser non pub , che ' n tutto celi


Beltà degna , ch' appaja , e che s' ammiri:


Né tu il consenti , Amor; ma la riveli


D' un giovinetto ai cupidi desiri.


Amor , ch' or cieco, or Argo , ora ne veli


Di benda gli occhi , ora ce gli apri e giri ;


Tu per mille custodie entro ai più casti


Verginei alberghi il guardo altrui portasti.



Colei Sofronia, Olindo egli s' appella ,


D' una cittate entrambi, e d'una fede.


Ei che modesto è si , com' essa è bella,


Brama assai, poco spera, e nulla chiede ;


Né sa scoprirsi , o non ardisce : ed ella


O lo sprezza, o nol vede, o non s' avvede.


Cosi finora il misero ha servito


O non visto , o mal noto , o mal gradito.



S' ode l' annunzio intanto, e che s' appresta


Miserabile strage al popol loro.


A lei che generosa è , quanto onesta,


Viene in pensier come salvar costoro.


Move fortezza il gran pensier, l' arresta


Poi la vergogna , e ' 1 virginal decoro.


Vince fortezza, anzi s' accorda, e face


Se vergognosa, e la vergogna audace.



[434/435] La vergine tra 'l vulgo usci soletta,


Non copri sue bellezze, e non l' espose ;


Raccolse gli occhi, andò nel vel ristretta,


Con ischive maniere , e generose.


Non sai ben dir, s' adorna, o se negletta,


Se caso , od arte il bel volto compose ;


Di Natura, d' Amor , de' Cieli amici


Le negligenze sue sono attificj.



Mirata da ciascun passa , e non mira


L' altera donna , e innanzi al Re sen viene;


Né perche irato il veggia, il piè ritira ,


Ma il fero aspetto intrepida sostiene.


Vengo , Signor (gli disse) e ' n tanto l' ira


Prego sospenda, e '1 tuo popolo affrene:


Vengo a scoprirti, e vengo a darti preso


Quel reo che cerchi , onde sei canto offeso.



All' onesta baldanza , all' improvviso


Folgorar di bellezze altere e sante,


Quasi confuso il Re, quasi conquiso ,


Frenò lo sdegno, e placò il fier sembiante,


S' egli era d' alma, o se costei di viso


Severa manco, ei diveniane amante;


Ma ritrosa beltà ritroso core


Non prende : e sono i vezzi esca d'Amore.




[436/437] Fu stupor, fu vaghezza, e fu diletto,


S' amor non fu, che mosse il cor villano.


Narra (ei le dice) il tutto : ecco io commetto ,


Che non s' offenda il popol tuo Cristiano.


Ed ella : il reo si trova al tuo cospetto:


Opra è il furto, Signor , di questa mano:


Io l'immagine tolsi : io son colei ,


Che tu ricerchi, e me punir tu dei.



Cosi al pubblico fato il capo altero


Offerse , e 'l volse in se sola raccorre.


Magnanima menzogna , or quando è il vero


Si bello , che si possa a te preporre ?


Riman sospeso , e non si tosto il fero


Tiranno all' ira, come suol, trascorre.


Poi la richiede : Io vuo' che tu mi scopra ;


Chi diè consiglio , e chi su insieme all' opra.



Non volsi far della mia gloria altrui


Né pur minima parte , ella gli dice ,


Sol di me stessa io consapevol sui,


Sol consigliera, e sola esecutrice.


Dunque in te sola , ripigliò colui ,


Caderà l' ira mia vendicatrice.


Disse ella : E' giusto ; esser a me conviene,


Se fui sola all'onor, sola alle pene.




[438/439] Qui comincia il Tiranno a risdegnarsi ;


Pur le dimanda : Ov' hai l' immago ascosa ?


Non la nascosi , a lui risponde , io l' arsi;


E l' arderla stimai laudabil cosa.


Cosi almen non potrà più violarsi


Per man di miscredenti ingiuriosa.


Signore, o chiedi il furto, o'l ladro chiedi;


Quel non vedrai in eterno , e questo il vedi.



Benchè né furto è il mio, ne ladra io sono ;


Giusto è ritor ciò ch'a gran torto è torto.


Or questo udendo, in minaccevol suono


Freme il Tiranno ; e 'l fren dell' ira è sciolto.


Non speri più di ritrovar perdono


Cor pudico, alta mente, o nobil volto:


F indarno Amor contra lo sdegno crudo


Di sua vara bellezza a lei sa scudo.



Presa è la bella donna, e incrudelito


Il Re la danna entro un incendio a morte.


Già ' l velo , e ' l casto manto è a lei rapito;


Stringon le molli braccia aspre ritorte.


Ella si tace ; e in lei non sbigottito,


Ma pur commosso alquanto è il petto forte ;


E smarrisce il bel volto in un colore,


Che non è pallidezza , ma candore,



[440/441] Divulgossi il gran caso , e quivi tratto


Già ' l popol s' era : Olindo anco v' accorse ;


Dubbia era la persona, e certo il fatto,


Venia , che fosse la sua donna in forse.


Come la bella prigioniera in atto


Non pur di rea, ma di dannata ei scorse ;


Corne i ministri al duro uficio intenti


Vide, precipitoso urtò le genti.



Al Re gridò : Non è , non è già rea


Costei del furto , e per follia sen vanta.


Non pensò , non ardi , né far potea


Donna sola e inesperta opra cotanta.


Come ingannò i custodi ? e della Dea


Con quali arti involò l' immagin santa ?


Se 'l fece , il narri. Io l'ho, Signor , furata.


Ahi tanto amò la non amante amata.



Soggiunse poscia : Io là, donde riceve


L' alta vostra meschita e l' aura e'l die;


Di notte ascesi, e trapassai per breve


Foro , tentando innaccessibil vie.


A me l' onor, la morte a me si deve ;


Non usurpi costei le pene mie.


Mie son quelle catene, e per me questa


Fiamma s' accende , e ' l rogo a me s'appresta.





[442/443] Alza Sofronia il viso, e umanamente


Con occhi di pietate in lui rimira.


A che ne vieni, o misero innocente ?


Qual consiglio o furor, ti guida o tira ?


Non son io dunque senza te possente


A sostener ciò che d'un uom pub l' ira ?


Ho petto anch' io , ch' ad una morte crede


Di ballar solo , e compagnia non chiede.



Cosi parla all' amante , e nol dispone


Si , ch' egli si disdica, o pensier mute,


O spettacolo grande , ove a tenzone


Sono aurore e magnanima virtute!


Ove la morte al vincitor si pone


In premio ; e '1 mal del vinto è la salute.


Ma più s' irrita il Re , quant' ella, ed esso


E' più costante in incolpar se stesso.



Pargli che vilipeso egli ne resti ;


E che ' n disprezzo suo sprezzin le pene.


Credasi , dice , ad ambo , e quella e questi


Vinca , e la palma sia quai si conviene.


Indi accenna ai sergenti, i quai son presti


A legar il garzon di lor catene.


Sono ambo stretti al palo stesso , e volto


E' il tergo al tergo , e 'l volto ascoso al volto.



[444/445] Composto è lor d' intorno il rogo omai,


E già le fiamme il mantice v' incita:


Quando il fanciullo in dolorosi lai


Proruppe , e disse a lei, ch' è seco unita:


Questo dunque è quel laccio, ond' io sperai


Teco accoppiarmi in compagnia di vira?


Questo è quel foco, ch' io credea che i cori


Ne dovesse infiammar d' eguali ardori ?



Altre fiamme, altri nodi Amor promise:


Altri ce n' apparecchia iniqua sorte.


Troppo , ahi ben troppo , ella già noi divise ;


Ma duramente or ne congiunge in morte.


Piacemi almen, poiché ' n si strane guise


Morir pur dei , del rogo esser consorte ,


Se del letto non fui: duolmi il tuo fato ,


Il mio non già, poich' io ti moto a lato.



Ed o mia morte avventurosa appieno:


O fortunati miei dolci martiri ,


S' impetrerò che giunto seno a seno ,


L' anima mia nella tua bocca io spiri ;


E venendo tu meco a un tempo meno ,


In me suor mandi gli ultimi sospiri.


Così dice piangendo ; ella il ripiglia


Soavemente , e in tai detti il consiglia.



[446/447] Amico , altri pensieri , altri lamenti


Per più alta cagione il tempo chiede.


Che non pensi a tue colpe ? e non rammenti


Quai Dio prometta ai buoni ampia mercede ?


Soffri in suo nome , e fian dolci i tormenti ,


E lieto aspira alla superna sede.


Mira il Ciel com' è bello , e mira il Sole ,


Ch' a se par che n' inviti , e ne çonsole.



Qui il volgo de' Pagani il pianto estolle :


Piange il fedel , ma in voci assai più basse.


Un non so che d' inusitato e molle


Par che nel duro petto al Re trapasse.


Ei presentillo , e si sdegnò ; né volle


Piegarsi , e gli occhi torse , e si ritrasse.


Tu sola il duol comun non accompagni ,


Sofronia , e pianta da ciascun non piagni.



Mentre sono in tal rischio, ecco un guerriero


(Che tal parea ) d' alta sembianza, e degna:


E mostra d' arme, e d' abito straniero ,


Che di lontan peregrinando vegna.


La tigre che sull' elmo ha per cimiero,


Tutti gli occhi a se trac , famosa insegna :


Insegna usata da Clorinda in guerra,


Onde la credon lei , né ' l creder erra.



[448/449] Costei gl' ingegni femminili, e gli usi


Tutti sprezzo' fin dall' età più acerba:


Ai lavori d' Aracne ; all' 2 go , ai fusi


Inchinar non degnò la man superba:


Fuggi gli abiti molli , e i lochi chiusi ;


Che ne' campi onestate anco si serba:


Armò d' orgoglio il volto , e si compiacque


Rigido farlo , e pur rigido piacque.




Tenera ancor con pargoletta destra


Strinse , e lentò d' un corridore il morso :


Tratto' l' asta e la spada, ed in palestra


Indurò i membri , ed allenogli al corso:


Poscia o per via montana , o per silvestra,


L' orme segui di fier leone e d' orso:


Seguì le guerre , e ' n quelle , e fra le selve


Fera agli uomini parve , uomo alle belve.



Viene or costei dalle contrade Perse,


Perché ai Cristiani a suo poter resista ;


Bench' altre volte ha di lor membra asperse


Le piagge , e l' onda di lor sangue ha mista.


Or quinci in arrivando a lei s' offerse


L' apparato di morte a prima vista.


Di mirar vaga , e di saper quai fallo


Condanni i rei , sospinge oltre il cavallo.



[450/451] Cedon le turbe, e i duo legati insieme


Ella si ferma a riguardar dappresso.


Mira che l' una tace , e l' altro geme,


E più vigor mostra il men forte sesso.


Pianger lui vede in guisa d' uom cui premé


Pietà , non doglia , o duol non di se stesso:


E tacer lei con gli occhj al ciel si fisa ,


Ch' anzi 'l morir par di quaggiù divisa.



Clorinda intenerissi, e si condolse


D' ambeduo loro, e lacrimonne alquanto.


Pur maggior sente il duol per chi non duolse;


Più la move il silenzio, e meno il pianto.


Senza troppo indugiare ella si volse


Ad un uom , che canuto avea daccanto.


Deh dimmi , chi son questi ? ed al martoro


Qual gli conduce , o sorte, o colpa loro ?



Cosi pregollo : e da colui risposto


Breve , ma pieno alle dimande sue.


Stupissi udendo , e immaginò ben tosto ,


Ch' egualmente innocenti eran que' due.


Già di vietar lor morte ha in se proposto ,


Quanto potranno i preghi, o l'armi sue.


Pronta accorre alla fiamma , e sa ritrarla,


Che già s' appressa : ed ai ministri parla.



[452/453] Alcun non sia di voi, che 'n questo duro


Uficio oltra seguire abbia baldanza,


Finch' io non parli al Re : ben v' affecuro,


Ch' ei non v' accuserà della tardanza.


Ubbidito i sergenti , e mossi furo


Da quella grande sua regal sembianza.


Poi verso il Re si mosse , e lui tra via


Ella trovò , che 'n contra lei venia.



Io son Clorinda, disse , hai forse intesa


Talor nomarmi , e qui, Signor , ne vegno,


Per ritrovarmi teco alla difesa


Della fede comune , e del tuo regno.


Son pronta ( imponi pure) ad ogni impresa:


L' alte non temo , e l' umili non sdegno.


Voglimi in campo aperto, o pur tra' l chiuso


Delle mura impiegar , nulla ricuso.




Tacque , e rispose il Re : Qual si disgiunta


Terra è dall' Asia , o dal cammin del Sole,


Vergine gloriosa, ove non giunta


Sia la tua fama , e l' onor tuo non vole ?


Or che s' è la tua spada a me congiunta ,


D' ogni timor m' affidi , e mi console.


Non, s' esercito grande unito insieme


Fosse in mia scampo , avrei più certa speme.



[454/455] Già già mi par ch' a giunger qui Goffredo


Oltra il dover indugi. Or tu dimandi,


Ch' impieghi io te : sol di te degne credo


L' imprese malagevoli , e le grandi.


Sovra i nostri guerrieri a te concedo


Lo scettro, e legge fia quel che comandi.


Cosi parlava : ella rendea cortese


Grazie per lodi : indi il parlar riprese.



Nova cosa parer dovrà per certo,


Che preceda ai servigi il guiderdone ;


Ma tua bontà m' affida : io vuo' che' n merto


Del futuro servir que' rei mi done.


In don gli chieggio , e pur se' l fallo è incerto,


Gli danna inclementissima ragione.


Ma taccio questo, e taccio i segni espressi,


Ond' argomento l' innocenza in essi.



E dirò sol , ch,' è qui comun sentenza ,


Che i Cristiani togliessero l' immago ;


Ma discord' io da voi; né però senza


Alta ragion del mio parer m' appago.


Fu delle nostre leggi irreverenza


Quell' opra far, che persuase il Mago;


Che non convien ne' nostri tempj a nui


Gl' idoli avere , e men gl' idoli altrui.



[456/457] Dunque suso a Macon recar mi giova


Il miracol dell' opra , ed ei la fece ,


Per dimostrar che i tempj suoi con nova


Religion contaminar non lece.


Faccia Ismeno incantando ogni sua prova ;


Egli , a cui le malie son d'arme in vece:


Trattiamo il ferro pur noi cavalieri ;


Quest' arte è nostra , e'n questa sol si speri.



Tacque , ciò detto : e'l Re , bench' a pietade


L' irato cor difficilmente pieghi,


Pur compiacer la voile : e' l persuade


Ragione, e'l move autorità di preghi.


Abbian vita , rispose, e libertade ,


E nulla a tanto intercessor si neghi.


Siasi questa o giustizia , ovver perdono ,


Innocenti gli assolvo , e rei gli dono,



Cosi furon disciolti. Avventuroso


Ben veramente fu d'Olindo il sato ;


Ch' atto potè mostrar, che 'n generoso


Petto alfine ha d' aurore amor destato,


Va dal rogo alle nozze , ed è, già sposo


Fatto di reo , non pur d'amante amato.


Volle con lei morire : ella non schiva,


Poiché seco non muor, che seco viva.


FIN.